Un esempio può forse farci capire come l'occhio innamorato di questo fotografo sceglie e racconta.
In via Cerche, quasi ai piedi della torre del castello, tra case antiche, alcune delle quali hanno ancora muri intatti dal medioevo, c'era un albero di gelso, che spuntava direttamente dai ciottoli del selciato. Aveva un fusto grosso e rugoso, così vecchio e storto che solo una lastra di marmo messagli sotto come puntello gli impediva di cadere. Io ricordo questo gelso vivo, pieno di foglie e di more bianche ed appiccicose che, come sapevamo bene noi bambini, non erano buone da mangiare.Una foto di Toninelli coglie questo gelso d'inverno, sotto la neve; una scultura secca e nodosa che spicca sul bianco. Il suo forte, espressivo bianco e nero lo trasforma in una figura irreale, fermata nel suo sforzo di esistere, di sopravvivere. Un simbolo di vita sospesa, vita fermatasi nel tempo ma che non muore, finché non morranno i sentimenti che riaccendono il ricordo. Ecco perché quel gelso è ancora al suo posto, per me, anche se non c'è più.
Ecco cosa fanno le foto di Toninelli.
Ecco che si capisce perché un artista fa scoprire come nuova la realtà di ogni giorno. Ci insegna a vederla con occhi nuovi, più sensibili e attenti, o forse più "vecchi": quelli del ricordo, del sentimento, del rifiuto della superficialità. Della comprensione del valore, del bisogno profondo di bellezza vera che c'è in ognuno di noi, al di là della bellezza spettacolare, fasulla e mercantile della pubblicità.
Ecco che si capisce perché la fotografia di un artista non è solo tecnica, accostamento e armonia di forme e di luci, di chiari e di scuri, di vuoti e di pieni, di realtà e simbolo. E non è solo un deposito di memorie, un'esca che peschi ricordi dal tempo, ma diventa una miccia che fa esplodere emozioni.
Le stesse emozioni potremmo raccontarle per le altre foto di Franco Toninelli. I vecchi mestieri, ad esempio le "arele" fatte con le canne dei canneti del Garda su cui si mettevano a seccare le agole. I vecchi al lavoro, a riparare le reti da pesca o seduti a prendere il fresco mentre il tramonto lancia gli ultimi sprazzi di luce sul lago. I campi di olivi che arrivano fino alla spiaggia senza muri e recinzioni, colti in dolci giornate di sole. La pace dei capitelli nel verde. I fusti degli olivi scolpiti dalle malattie e dal paziente lavoro dei contadini, figure enigmatiche e grottesche di giganti o mostri, però benevoli perché in cambio del lavoro danno ai contadini l'olio. I barconi carichi di legna e di vele, sculture di legno e drappeggi di tele multicolori nel porto, animate dal vento e dal moto delle onde. Le barche nei cantieri, col fasciame allo scoperto, scheletri di legno dall'odore di catrame come grandi pesci morenti tirati in secca a farsi curare dagli uomini.
E poi il vicolo più stretto del mondo, il mulino dove ora c'è un grande albergo, i campi di bocce dove ora ci sono i giardini di palazzo dei Capitani.
La foto del golfo di Val di sogno col sole che squarcia le nuvole, un quadro dai chiaroscuri romantici, davvero di sogno.
E poi la cronaca che ferma i fatti lungo il corso del tempo: la bomba dell'aereo "pippo" caduta a Portovecchio, con le schegge che segnarono palazzo Abati ed i suoi abitanti. Le processioni religiose, i funerali, le esercitazioni paramilitari e i "motti eroici" del fascismo scritti sulle case. Nel 1954 l'esplosione della polveriera sull'isola Trimelone, nel 1960 l'inondazione, quando il lago decise di entrare in ogni paese delle sue coste, di occuparne strade e piazze.
E la cronaca dei fatti quotidiani: un acquazzone che ha trasformato Corso Garibaldi in un fiume, immagine senza tempo, famigliare, ieri come oggi...
Emozioni sono in agguato in ognuna delle foto di Franco Toninelli, e tra tutte queste voglio accennare a quella forse più inaspettata: la gioia. La gioia che dà questo appassionante bianco e nero e` quella che nasce dal sapere che ricordi, frammenti di vita, fatti e persone, esperienze, la natura e la bellezza condensate in immagini, che tutto questo non si perde col tempo.
Franco Toninelli è riuscito in tanti anni e in ogni stagione a cogliere e raccontare l'atmosfera di Malcesine. Come Faust ha fermato l'attimo, per renderlo immortale. Lui può forse darci il modo di penetrare nel mistero, nella magia di questo luogo che ha catturato Goethe, e attira tante persone costringendole ad ammirare, e poi a fermarsi o a ritornare. I malcesinesi stessi sono spesso inconsapevoli della bellezza, della magia del loro paese. Per questo forse bisogna perdonarli se a volte non la considerano o non la rispettano come merita. Ma una volta di più noi malcesinesi dobbiamo dire di essere fortunati: abbiamo tra noi il lavoro paziente e l'arte di Franco Toninelli.
Malcesine, 13 giugno 1994
Scrivo queste ultime righe dopo una quindicina di anni, e Franco non c'è più. Gli ultimi suoi anni non sono stati molto diversi da quelli descritti prima: alcune mostre, progetti di libri per raccogliere e ricordare le sue foto, alcuni realizzati, altri rimasti progetti, poi la malattia.
Penso a cosa mi rimane di lui. Per esempio, il ricordo di una mostra di foto di portoni e catenacci di vecchie case, che aveva allestito in un negozio di arredamento. Ricordo come mi aveva colpito quella mostra. Quegli oggetti arrivati da un tempo passato mi davano le stesse emozioni di quando da bambino esploravo gli angoli più antichi della Malcesine stretta attorno alla rocca del castello. C'erano case che mostravano le pietre irregolari con cui erano costruite, le malte di calce che si scrostavano e venivano coperte da altri strati ruvidi. Stalle e magazzini che contenevano gli antichi carri agricoli, a ruote o a slitta, tirati da cavalli o buoi.
Una Malcesine che si era conservata dal medioevo fino alla mia infanzia, e che il turismo ha in parte "ripulito" e reso meno povera, dall'altra ha spazzato via, lasciando pochi resti. Resti come rovine storiche, come siti archeologici in cui da alcuni pezzi dobbiamo ricostruire con la fantasia ciò che non c'è più.
Malcesine per me è sì quella di oggi, ma anche (forse soprattutto, ahimè) la prima che ho visto e conosciuto, con gli alberi che crescevano tra le case, in cortili anche piccolissimi, o direttamente dal selciato delle piazzette. Con le agavi che prosperavano dalle rocce del castello, con i fichi selvatici che trovavano casa tra le pietre degli antichi muri. Vita che spuntava ovunque e si accontentava di poco: un po' di terra, un po' di pioggia, il clima mite, il sole. Come i gatti che trotterellavano agili e silenziosi, signori dei tetti e degli spalti del maniero.
Da quella Malcesine la sensibilità di Franco Toninelli ha colto scorci e particolari pieni di significato e bellezza. Il suo gusto e la sua abilità li hanno isolati e composti in immagini che non devono essere dimenticate o disperse. Il suo prezioso archivio fotografico deve rimanere a Malcesine. Libri devono raccoglierlo, farlo conoscere, diffonderlo tra chi non può avere la fortuna di possedere gli originali.
Malcesine ha sempre avuto bisogno di guardarsi dall'esterno per capirsi. Di uno sguardo diverso da quello solito, di tutti i giorni. Che ti aiuti a guardare in modo nuovo o differente le solite cose, che hai sempre davanti agli occhi ma a cui non fai più caso. E che d'estate sono inghiottite dalla confusione, d'inverno dalla noia. Anche la vita ha bisogno di essere vista con occhi sempre nuovi, o sempre freschi. Non dovrebbe mai diventare scontata, prevedibile, banale. Questo ci fanno capire gli artisti. Scelgono, fermano, raccontano un frammento della vita. A volte non devono nemmeno abbellirlo: è già lì, unico, parla da solo.
E con questo gli artisti ci fanno un regalo che non finisce mai. Suggeriscono che ce ne sono tanti altri di momenti, di immagini, di storie così. Che bisogna fermarsi a osservare, ascoltare, capire, per lasciar nascere le emozioni. O riconoscere le emozioni che abbiamo dentro, e ci portano a una comprensione più profonda di noi stessi e della nostra vita.
Cosa rimane di Franco Toninelli a Malcesine?
Le sue foto sono lo specchio delle nostre brame, passate e presenti. Sono come il ritratto di Dorian Gray, ma qui è l'immagine che resta giovane e innocente, mentre il corpo si corrompe. Fanno anche un po' male, certe immagini. Perché sono la coscienza di chi le sa guardare.
Non è poco, in un momento storico in cui la coscienza e la morale sembrano passate di moda, o diventano sempre più opinioni, sempre più relative.
Certo, le immagini-coscienza a qualcuno non faranno più effetto.
Siamo liberi, no?
Ma io penso che c'è sempre bisogno di persone che abbiano sensibilità e coscienza. C'è bisogno di persone come Franco, e mi auguro che ci sia sempre a Malcesine chi continua il suo prezioso lavoro. Fotografate i vecchi muri e i vecchi olivi, finché c'è tempo!
Cosa ci rimane di Franco Toninelli?
Tutti i nostri ieri, con quei colori o in quel bianco e nero.
Che ci aiutano a capire l'oggi.
Luglio 2009